Santa Rosa è qui, nella mia mano è un film etnografico che documenta il progetto a cura di Delfina Stella e Anna Castelli a Santa Rosa de Cuevo, in Bolivia.
È immediatamente chiara la concretezza umana in cui questo progetto è radicato: prima di tutto stare ed essere, insieme, conoscersi attraverso il corpo e il movimento. Solo in un secondo momento viene presentata, in occasione del Santa Rosa Festival, una forma coreografica come raccolta delle esperienze vissute lungo due settimane, come rito di chiusura e sintesi di un percorso tracciato insieme. La danza è prima di tutto un mezzo e viene restituito come un risultato, non come un obiettivo: lo spettacolo finale, infatti, compare solo negli ultimi fotogrammi del documentario. Quello che racconta davvero questo film è un delicato andare verso, cercando un incontro con le persone e offrendo i palmi alla tattilità dei luoghi e alla loro texture per capire in che modo sono abitati. Delfina entra negli spazi comuni e nei luoghi di lavoro, seguita sempre da Anna come un’ombra che è tutta sguardo. Insieme parlano con le persone e osservano il modo in cui si muovono, in cui interagiscono con gli altri e con l’ambiente. Delfina propone la sua idea di movimento, chiede di mettersi in gioco a diversi gruppi di persone accumunate da età o mestiere. Raccolta la loro fiducia, Delfina inizia a coltivare il gesto.
Dalla visione di questi movimenti, spesso gesti quotidiani e funzionali di cui viene fatta emergere tutta la poesia, e dall’analisi del contesto in cui nascono, ricaviamo un estratto essenziale di una cultura intesa come un sistema localizzato di organizzazione dei simboli, dei significati e dei valori condivisi da una collettività. Né il film né il progetto puzzano di quell’esotismo di cui si sporcano, a volte, i lavori a cavallo tra arte e antropologia: non viene importata né sintetizzata una narrazione sulla cultura Guaranì, non viene trattata storicamente o simbolicamente, tanto che viene menzionata con chiarezza solo verso la fine del documentario; il tratto culturale emerge come uno dei tanti elementi umani che lo sguardo artistico del progetto vuole mettere in luce, viene estratto in modo specifico e individualizzato intorno alle persone che ne portano il bagaglio, che vivono quel tempo e quel luogo. Nel microscopico gesto riposa un archivio umano e culturale, una moltitudine di movimenti collettivi resi intimamente propri. Lo racconta bene il titolo del documentario: è una frase di un bambino che si orienta nel luogo in cui vive tracciando delle strade immaginarie sul palmo della sua mano. Nel dito di questo bambino che disegna vie in miniatura si dispiega l’orizzonte sociale e spaziale della città, insieme alle caratteristiche motorie e gestuali delle generazioni che lo precedono e che sono inscritte nelle sue piccole mani.
Delfina cerca di raccontare la danza senza nominarla, cerca di spiegare cosa si può fare con i gesti che quelle persone compiono ogni giorno, cosa possono diventare. Riesce ad addentrarsi: si cimenta nei mestieri, osserva e raccoglie i gesti, si toglie le scarpe e cammina sulla terra, entra negli spazi più intimi e abita costantemente quelli pubblici. E Anna è sempre lì che la segue, l’occhio esterno che, però, è penetrante, arriva da fuori raccogliendo ancora prima che lo faccia la videocamera, sua estensione e ulteriore focus. Alla fine di ogni giornata Delfina e Anna si scambiano tutte le osservazioni raccolte, analizzano e riprogrammano. Il giorno è dedicato al fare e la notte al pensare, un’ottima immagine per descrivere la teoria e la pratica che si informano in un dialogo continuo. A rappresentare questa prospettiva in un certo senso è la telecamera, inquadrata lei stessa nel film mentre sbircia e registra da una ringhiera: non è solo un modo per osservare l’ambiente ma anche un modo per osservare lo sguardo, per osservarsi mentre si guarda.
Riflettendo su questo felice matrimonio tra prospettive e metodologie artistiche e antropologiche, non saprei tracciare confini netti tra una e l’altra, non saprei dire se è una ad affiorare dall’altra o se sono, forse, la stessa identica domanda a cui si tenta di rispondere con strumenti diversi. Come gli spazi pubblici a Santa Rosa, “non ci sono porte e non ci sono finestre”, ci sono soglie da attraversare e differenze che si mescolano, ci sono intersezioni e non confini. Questa tipologia di relazione tra le parti è serializzata in questo lavoro: nella sfumatura tra pratica e teoria, tra individuale e culturale, tra sguardo artistico e scientifico. Persino tra le varie fasi del progetto che si sono intersecate: il fare di Delfina e le ore di girato di Anna, le riflessioni emerse dall’intervista e, infine, l’incontro con la mano di Domenico Palma, produttore del film.
Un’ulteriore rielaborazione dello sguardo anch’essa a cavallo tra focus antropologico, sviluppato in una drammaturgia fatta a capitoli, e quello artistico nell’accostamento e nella scelta di suoni, immagini, parole dal risultato decisamente poetico ma pur sempre e comunque radicato ad una descrizione concreta e non romanzata della realtà. La bellissima riuscita di questo prodotto finale è ancora una volta frutto di soglie attraversate: la coreografa che adotta lo sguardo antropologico, l’antropologa che assume la prospettiva artistica, il produttore che prova a mettersi nei panni di entrambe per raccontare di questi ponti tra mestieri, sguardi ma soprattutto tra persone.
Nel tentativo di riassumere una suggestione personale di un film che auguro a chiunque di vedere e che merita di essere approfondito dalle persone che ci hanno lavorato, mi trovo a riflettere sulla ricchezza dell’attraversamento di soglie, metodologiche, geografiche o umane che siano. Vedere quanto i confini si facciano sfumati ci obbliga a immaginare un mondo più grande, con una rete di relazioni più ampia di quanto potessimo pensare. E così anche il nostro agire non può che assumere una risonanza più ampia, abbraccia più realtà e più mondi, di fronte a noi si dischiudono molte più possibilità. Nel percorrerle ci si accorge che, in fondo, ci si incontra sempre sul terreno dell’umano, da cui tutte queste realtà partono e in cui tutte queste strade confluiscono.
Tra persone e pensieri, metodologie e pratiche, sguardi e concetti non ci sono porte e non ci sono finestre.