Confessioni in forma danzata

su “Elegia Luminosa” di Virgilio Sieni

Un artista è una persona che si denuda, che si spoglia, che si mostra e si offre al pubblico attraverso le sue opere. Questo dono di sé è sia doloroso che liberatorio, tanto quanto lo è una confessione confidenziale ed è per questo che ci sono processi, percorsi e pensieri che un artista tiene per sé, che vive nella sua quotidianità. Questa intimità della creazione si concretizza in ogni gesto che rimane celato allo sguardo dell’opera ma che la genera, si consuma nelle attese e nei vuoti improduttivi della riflessione e dell’ascolto, ci affeziona agli oggetti su cui agiamo e che contemporaneamente ci parlano e ci trasformano.

Lo sguardo di Virgilio Sieni nell’intimità del lavoro di Giorgio Morandi è gentile ma profondamente analitico, è come guardare il palmo della mano dell’artista modificata nelle sue linee da tutti gli oggetti e le azioni che l’hanno attraversata. Elegia è la confessione di un processo intimo incarnato da un corpo che si fa luce perché si espone ad essa, rendendosi penetrabile, e ad essa risponde. Nel lavoro di Morandi la posa, la postura dell’oggetto è generatrice di un gesto che sa mettere in relazione le forme, che sa attendere e aprirsi alle possibilità del presente, che sa accogliere le trasformazioni e che permette alla materia di proseguire il suo cammino verso la rivelazione di se stessa nell’opera.

Il lavoro sulla tattilità di Virgilio è l’emersione di una fase che da processuale diventa performativa, una lentissima traversata di oggetti in un bagno di luce. Un oggetto originale di Giorgio Morandi e decine di copie realizzate dagli studenti e studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Il percorso tattile inizia dalla creazione manuale degli oggetti da parte dei ragazzi che li maneggiano durante la performance con tutta la cura e l’attenzione di chi ha dato vita a ciò che tiene nei palmi. In una luce sempre in trasformazione gli oggetti attraversano la scena dal fondo passando di mano in mano, incontrando i corpi e modificandone la postura emotiva e riflessiva fino ad arrivare nelle mani delle sei danzatrici della compagnia, così trasformate dalla loro immersione di ascolto da suggerirci una dimensione estatica mentre articolano e rendono più complesse le posizioni degli oggetti tra di loro, dei corpi rispetto agli oggetti e degli oggetti rispetto ai corpi, posandoli in fine a terra allineati a gruppi. Sono diversi i punti spaziali che l’oggetto abita e le prospettive attraverso cui il corpo lo guarda, sono diverse le composizioni delle linee e delle forme. Sembra che l’oggetto sia contemporaneamente origine del gesto e suo fine ultimo: lo scambio è talmente profondo che pare difficile capire chi dei due, tra gesto e oggetto, si sia per primo fatto trasformare dall’altro.

L’ascolto come creazione di un vuoto per accogliere le possibilità offerte dal presente e dalla materia presuppone l’attesa, un’improduttività dell’azione tutta tesa all’apertura della percezione. E l’attesa agisce sul tempo del gesto nei termini della lentezza, mai monotona e uniforme ma sempre punteggiata di brevi variazioni dinamiche come incrinature e imperfezioni delle superfici lisce degli oggetti. Il movimento è lento non per inattività ma per accuratezza, è vivo e reagisce alla materia trasformandosi e declinandosi poco alla volta verso e per l’oggetto.

Questa continuità di movimento e trasformazione che sembra non esaurirsi mai è accompagnata dal profondissimo soundscape di Ascari, che sembra il suono di un paesaggio interno, emotivo o psichico, e bagnata da un light design relativamente buio e intimo che si muove anch’esso attraversando lo spazio scenico come il susseguirsi delle giornate, del sorgere e del tramontare del sole che illuminava gli oggetti di Morandi dalla sua finestra. E in effetti ci sembra un po’ di guardare attraverso la finestra del pittore, uno sguardo dentro. Questa percezione ce la dà anche il fatto che la fruizione della coreografia dentro il Teatro Comunale di Bologna è pensata unicamente dai palchi del teatro, con il palco chiuso dal sipario e la platea, svuotata dalle poltrone, che diventa spazio scenico. Quando entriamo nei palchi e prendiamo posto, planando dall’altro col nostro sguardo, sembra che qualcosa lì giù sia già iniziato: gli oggetti e le persone sono già in scena, sono già in attesa e in ascolto. Abbiamo la sensazione di assistere a qualcosa che non si sta offrendo a noi ma che ci è permesso di sbirciare.

Come guardare nell’intimità dello studio di un artista, vedere squadernati i suoi gesti e il suo sguardo sulle cose che trasforma e da cui viene trasformato. La coreografia di Virgilio ha una poesia delicata che proietta lo sguardo nei dettagli e nelle sue declinazioni più sottili, nell’aura sospesa di un’inazione densa di presenza e potenzialità quieta, “uno sguardo politico dell’agire umano e della forza rivoluzionaria e indipendente delle cose”.

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