Artificiale, troppo umano

Nel podcast Daily Cogito, Rick DuFer e Ary De Rizzo mi hanno fatto scoprire l’esistenza di un quadro: si intitola Ritratto di Edmond Belamy ed è stato concepito da un’Intelligenza Artificiale, programmata dal collettivo Obvius. A prima vista sembra un quadro in linea con lo stile romantico, firmato dall’autore, ovvero l’algoritmo, che ritrae un uomo immaginario appartenente ad una famiglia, anch’essa di fantasia, di altri dieci membri.

I quesiti, le domande e i pensieri che sorgono da questa novità tecnologica sono infiniti, quindi dovrò necessariamente prenderne in esame solo alcuni.

Alcuni addetti ai lavori del mondo dell’arte hanno sentito venir meno le proprie presunte sicurezze: l’artista inizia (o continua?) a dubitare della sua unicità, del suo essere in grado di dare forma a qualcosa di ineffabilmente bello. Se una macchina, un robot può fare lo stesso, che posto ha l’umanità del creatore all’interno di un’opera d’arte? E dove sta quell’alone di magia misteriosa, d’ispirazione poetica di cui alcuni artisti si vestono per sentirsi più artisti, più elevati, più speciali, se anche un robot può concepire e realizzare un quadro che gode di una discreta credibilità artistica? Viene a mancare, inoltre, quell’atteggiamento che sviscera criticamente Ary De Rizzo di aspettativa e riconoscimento del “sudore della fronte” dell’artista, come valutazione di un’opera. Quindi la fatica, il lavoro su di sé e sul materiale non dovrà più essere criterio di valutazione di un’opera d’arte?

Come ogni discorso intorno all’arte, queste sono domande che ci rimandano sempre alla primordiale indefinibilità dell’arte, all’impossibilità di dire cosa è arte e cosa no, di distinguere tra opera e artista.

Che spazio occupa il nostro ego all’interno dell’arte e delle relazioni che essa crea?

Luigi Pareyson in particolare, tra tanti filosofi, si è occupato di notare come all’interno della formatività di un’opera, nel processo creativo, sia inevitabile non tanto utilizzare ma essere la propria persona con tutto ciò che la compone, con la propria visione e modo di organizzare la realtà. È un presupposto necessario, una volta accolto lo stimolo e intrapresa l’intenzione creativa, partire da sé e predisporre il materiale sulla base della propria sensibilità. Pareyson fa, però, un ulteriore passo: una volta che l’artista ha concepito l’opera essa stessa gli si rivela esigendo d’essere realizzata nel migliore dei modi possibili. I nostri abissi interiori servirebbero, quindi, a cercare nuove vie, come occhi per esplorare e gambe per viaggiar lontani, alla ricerca di una strada che possa realizzare l’opera in modo da permetterle di esprimere ogni sua potenzialità, di potersi rivelare, di potersi squadernare nella realtà il più possibile. È imprescindibile, quindi, la nostra persona, il nostro ego, nel processo formativo di un’opera, però non ne è il contenuto. Quando l’artista è troppo occupato a guardare sé stesso e le sue necessità artistiche rischia di perdere di vista la domanda che gli pone l’opera e, con le parole di Pareyson, rischia di “non essere all’altezza dell’opera che ha concepito” (Teoria della Formatività).

Alla luce di questa seppur parziale visione, capiamo le reazioni di paura e difensiva di una parte del mondo artistico. Ovviamente, come Rick DuFer ci fa notare, il modo e il motivo per cui ci triggeriamo per qualcosa ci dicono molto di più di noi stessi che dell’evento scatenante.

Altrettanto eloquente è la reazione di chi dell’arte fruisce e basta: potrà ancora riconoscersi nell’arte? Potrà proiettare quello che vede su di sé e proiettare sé stesso in quello che vede? Potrà provare empatia di fronte ad un’opera creata da un robot? Ma non è, forse, un atteggiamento in cui si incorre spesso quello di voler far ruotare intorno al proprio ego il piacere artistico? Spesso amiamo ciò che ci appartiene, ciò che possiamo concepire e ciò in cui ci riconosciamo, proiettando noi stessi nell’opera: così pensiamo di apprezzarla, quando in realtà, ciò che scatena il piacere in noi è il vedere soddisfatte le nostre aspettative, il ricevere esattamente quello che vogliamo. Non è forse una consolazione quella di riuscire ad afferrare noi stessi, almeno questo, in un caos di stimoli poetici che non sappiamo riordinare? Forse è per questo che di fronte ad un quadro così enigmatico come La Gioconda ci ostiniamo a vedere l’autoritratto di Leonardo da Vinci (ipotesi quasi impossibile da provare): per avere un appiglio e riconoscere almeno qualcosa in un’opera il cui fascino non sappiamo ancora spiegarci. Questa reazione di rigetto del pubblico di fronte ad un’opera creata da un’Intelligenza Artificiale, non rivela forse la paura di riconoscerci in qualcosa che noi non siamo, che non concepiamo e quindi in qualcosa di disumano?

Nel caso specifico di Ritratto di Edmond Belamy, trattandosi di arte figurativa e non performativa, non ci si pone la preoccupazione di attori, danzatori e, più in generale, performers. Ma la paura di venire rimpiazzati da una perfezione esecutiva tipica della macchina, dell’Intelligenza Artificiale è senz’altro presente. D’altronde, possiamo negare una punta di egocentrismo a tutte le persone che amano stare sopraelevate, su un palcoscenico di fronte ad una platea, sotto i riflettori? Come performer la perfezione è una ricerca costante: non quella perfezione assoluta (che nell’arte non può esistere), ma una perfezione in termini di migliore espressione di sé nel fare emergere l’opera. Ed è curioso notare che, al contrario, ciò che viene apprezzato spesso di un meraviglioso performer è proprio la sua umanità, la sua fallibilità, i suoi errori che passano totalmente inosservati rispetto alla sua grandezza.

A voler ben considerare spesso questo nostro ego ci intralcia, ci fa inciampare nel percorso che intraprendiamo verso l’arte, che è sempre un chiedere e mai un affermare, Abituati come siamo ad affermarci, a riconoscere e cercare nell’arte la centralità dell’uomo. Eppure l’arte è “quel qualcosa” che ci allontana dall’uomo, che ci fa guardare a qualcosa di inspiegabilmente altrove. Accettare di poter scansare, ogni tanto, il proprio ego significa assicurarsi di percorrere strade che sono fuori dalla nostra zona di comfort; significa perseguire una ricerca comune, quella intorno e verso l’arte, piuttosto che mettere l’arte al servizio di una voglia che abbiamo di parlare di noi stessi, di celebrarci, di sentirci unici e speciali.

Potremo, dunque, abbandonare la sacralità dell’arte inviolabile e inattacabile come anche la sacralità dell’artista che in quanto umano “migliore”, perché oltre alla propria umanità, si vuole ergere sopra il resto delle persone. Nell’abbandonare ogni tanto l’ego, non esisterebbe gerarchia né differenza tra un coreografo, un regista, un autore, uno spettatore, un attore o un danzatore.

Quindi, può una persona che crea fare un passo fuori di sé, abbandonarsi nel sintetizzarsi in ogni modo di produrre arte? Può uno spettatore abbandonare il sé non riferendosi esclusivamente alle sue esperienze, alle sue aspettative e al suo gusto personale, per lasciarsi attraversare da qualcosa di altro da sé, che non avrebbe mai concepito? Può un attore, un danzatore superare sé stesso (nei termini di fare un passo oltre, non di migliorare) per incarnare e dare forma all’opera così come ha bisogno d’essere realizzata? Sembra che nel pratico, perché lo scambio artistico possa avvenire davvero, questa triplice prospettiva nei confronti dell’arte abbia continuamente bisogno di allontanarsi dalla sua stessa struttura, di instaurare rapporti più fluidi.

Questa IA forse ci fa paura perché ci fa fare delle domande su noi stessi, a cui non sappiamo rispondere o la cui risposta non ci piacerebbe sentire. Ci rimane solo da chiederci cosa è per noi l’arte, cosa cerchiamo in un’opera e cosa ne apprezziamo.

Se è il contenuto umano che riconosciamo nella bellezza, forse non riusciremo mai a considerare arte il Ritratto di Edmond Belamy.

Per me l’arte è qualcosa che, attraverso un altrove, fa dubitare del proprio esistere, fa fare domande rivolte a sé, fa mancare il pavimento da sotto i piedi e costringe a un confronto con se stessi; è qualcosa che provochi dialogo (sia interno che con altre persone), messa in discussione, riflessione. E, per questi motivi, per me, il Ritratto di Edmond Belamy è una strana, bellissima e nuova concezione di opera d’arte.

Shahrzad

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