Distruggersi per creare

Secondo me per fare arte ci vuole un po’ di masochismo

La formazione coreutica mi offre uno spunto abbastanza evidente di questo aspetto, perché parliamo di estetica e funzionalità del corpo. Un danzatore ha imparato ad accettare il dolore fisico senza fuggirne, ma anzi vivendolo fino in fondo, a grandi respiri, andando contro se stessi per fare un passo oltre quello che si è. Un danzatore conosce i propri dolori e sa come approcciarsi ad essi, è uno dei modi attraverso cui il corpo gli parla di sé. Il dolore per un danzatore è piacevole in alcuni casi e quando non lo è fisicamente, lo è pensare di stare andando un po’ oltre se stessi. Bisogna avere una propensione a superare il dolore, ad accettarlo e farlo proprio. Bisogna avere voglia di continuare a farlo, ogni volta, ogni giorno, per ogni dolore. 

Secondo me per fare arte un po’ di autodistruzione viene spontanea. 

In fondo migliorarsi e fare un passo oltre le proprie capacità, implica la voglia di lasciarsi indietro, di distruggere per poter trasformare e creare qualcosa di nuovo. In ogni passo che si fa fuori dalla propria zona di comfort, le difficoltà, le cose che non siamo capaci di fare, i nostri limiti, i nostri turbamenti li prendiamo e li trasformiamo, dando una nuova forma a quello che siamo. Cercando di rinnovarci in una versioni migliori di noi.

E in fondo non ti devi volere un granché bene per sbattere la testa ore, giorni, nottate, settimane sullo studio di qualcosa di incomprensibile ma di fondamentale, che ti serve e che vuoi scoprire ad ogni costo, che ti tiene sveglio sui libri affamato, che ti fa la violenza di scegliere lo studio ad una routine di sonno sana e normale. I giorni passati sulla ricerca disperata di una unica nota, di un solo movimento e la sensazione di aver lavorato ossessivamente ma senza tuttora avere niente in mano. 

È faticoso ed è straziante perché lavorare con l’arte significa prima di tutto lavorare su di sé, con sé, tra sé, nonostante sé. Dover cercare da qualche parte significa imbattersi nelle parti peggiori di te stesso, in quelle che ti spaventano, che ti fanno infuriare, di quelle che ti fanno piangere a dirotto. E prendere la penna in mano, mettersi al pianoforte, andare in sala alcuni giorni è l’ultima cosa che si vuole fare. Tornare a guardarsi allo specchio in sala e continuare a guardare nelle proprie debolezze, mancanze, in ciò che non riconosciamo di noi è faticoso ed è pesante.  Dover andare a lezione lo stesso, anche con l’umore peggiore del mondo e continuare a studiare, a lavorare anche se si vorrebbe solo mollare per darsi tregua. E’ una violenza che si fa a se stessi. 

L’arte ti sbatte in faccia te stesso, in continuazione i tuoi limiti, le tue debolezze, il tuo passato, i tuoi dolori personalissimi. Ti racconta come ti relazioni a te stesso, alla realtà, al lavoro e agli sbagli, a ciò che sei e che vorresti diventare. Portare ogni giorno nell’arte quello che si è fa male, trattare certe parti di se stessi è faticoso, è pesante. È qualcosa che una persona che si vuole bene, forse, non continuerebbe a fare. 

Alcune volte l’arte richiede all’artista di farsi da parte; e si fa del male, l’artista, a farsi da parte: si rinnega, si toglie dal centro dell’attenzione e si mette in un angolo, consapevole d’essere l’unico creatore di ciò che ora gli richiede silenzio. È necessario per un artista sapere quando smettere di creare, di fronte ad un’opera che si fa da sé o ad un’opera che non si farà mai. Non è con leggerezza che un artista fa tacere la sua vita, le esperienze e gli anni spesi a lacrimare sul proprio lavoro, a lavorare e sudare. 

Ma per amor dell’arte, si fa da parte l’amor di sé. 

Anche a voi è venuto in mente Leopardi, depresso e fisicamente segnato dalla sua ossessione per l’arte e lo studio? Vi è venuto in mente Van Gogh che per dolore si taglia un orecchio? Oppure magari l’Urlo di Munch, simbolo dell’angoscia esistenziale dell’artista? Anche a voi saranno venuti in mente come un fiume in piena tutti gli stereotipi sull’artista che soffre. Ma, badate, è un’immagine fuorviante dell’artista. È una narrazione sbagliata di chi lavora con l’arte e non corrisponde a realtà.

L’artista non è il solo al mondo a soffrire. Non è un privilegiato o un essere umano speciale. È una persona che ha deciso di fare un lavoro difficile e faticoso. Nessuna narrazione romantica e stereotipata da costruirci su. 

E se sono gli artisti i primi a non dover esasperare questi stereotipi per andare in contro alle aspettative del pubblico pagante, dovremo essere tutti quanti noi a non scambiare degli stereotipi e delle narrazioni con la realtà.

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