A forma di Bach

Anne Teresa de Keersmaeker presenta alle Fonderie del Limone, a Torino il 28 e il 29 ottobre, le nuovissime “Goldberg Variations” danzate da lei e suonate dal pianista Pavel Kolesnikov. Con questo lavoro la coreografa belga, dopo circa quarant’anni di intensissima attività, presenta il punto più alto della sua ricerca sul dialogo coreomusicale. Il suo profondo interesse per lo studio delle tecniche compositive musicali, sviluppato fin dai primissimi lavori, come “Fase” su musiche di Steve Reich, ha reso centrale nel lavoro di Keersmaeker le questioni intorno alle modalità di composizione, scrittura e strutturazione di una coreografia.

Lo spazio scenico è abitato da un pianoforte e da due punti riflettenti: un pannello argentato sulla parete destra e un cumulo appuntito di carta dorata e lucida nell’angolo opposto. I due performer entrano insieme, la coreografa con un vestito nero che, contraddicendo la riflessione dello spazio scenico, si presenta come trasparente e il pianista scalzo con un pantaloncino e una canotta informale. È con l’ascolto reciproco che contraddistinguerà tutta la performance che iniziano la prima sezione. È immediatamente riconoscibile la firma della coreografa nella scelta della micro-forma, tipica della sua estetica: un materiale danzato minimale con evocazioni femminili, fatto di aperture e chiusure, di giri e salti e una centralità assoluta dei percorsi nello spazio generale. Per terra è segnata con lo scotch una figura geometrica fatta di cerchi, di punti evidenziati e intersezioni di linee. Questa è un’organizzazione dello spazio scenico cara alla Keersmaeker che è solita riportare la strutturazione dei rapporti che fungeranno da guida per la sovrascrittura spaziale dei percorsi svolti durante la performance. E infatti vediamo percorrere linee dritte e curve, la vediamo raggiungere e proiettare dei punti, aprirsi e chiudersi nello spazio generale percorrendo spirali in sezione aurea.

L’indagine sulle strutture e il modo di organizzare il materiale tipico della composizione musicale del grande maestro Johann Sebastian Bach non è immediatamente visibile nella fruizione del lavoro della coreografa. Allo spettatore è richiesto un ascolto più profondo e focalizzato, che riesca ad unificare lo svolgimento degli eventi musicali con le corrispondenti strutture coreografiche. Possiamo sia vedere che sentire ripetizioni, canoni, abbellimenti, fughe ma non riusciamo a cogliere queste stesse strutture immediatamente, ci serve più tempo e grande concentrazione per mettere in rapporto le variazioni nel tempo della coreografia e della musica.

La seconda metà delle Variazioni si apre con una prima sezione del tutto onirica, svolta nel buio più abissale, in cui la coreografa si fa appena visibile e il pianoforte esegue tra i brani più belli della raccolta sotto voce. Ora il pianista è vestito con pantalone nero elegante, scarpe e camicia mentre la coreografa indossa una camicia e un pantalone a zampa d’elefante luccicanti e abbinati con scarpe da tennis. L’autoironia dell’artista è evidente in qualche citazione, come la posizione tipica della “Febbre del Sabato Sera”, inserita probabilmente per gioco, nel materiale danzato scelto, con cui continua a creare strutture e sovrastrutture che vengono spostate nello spazio e nelle atmosfere di Bach. Il ventaglio di modi operandi utilizzati dalla coreografa si fa ancora più evidente in questa seconda parte: il materiale fatto di una manciata di frasi viene trasformato e ritrasformato, fatto viaggiare in tutto lo spazio disponibile, compreso quello sotto il pianoforte a coda. Possiamo fare alcune associazioni tra un trillo musicale e un movimento vibrato della coreografa, ma l’integrazione tra le due forme artistiche è ben più profonda. Il discorso che mette in scena la Keersmaeker tra il linguaggio musicale e quello coreutico ricorda il principio dell’isomorfismo: «due strutture complesse si possono applicare l’una sull’altra, cioè far corrispondere l’una all’altra, in modo tale che per ogni parte di una delle strutture ci sia una parte corrispondente nell’altra struttura» (Douglas Hofstadter).

Se si intuisce il lavoro rigoroso e immenso che sta nella fase di scrittura di questa coreografia, viene voglia di consultare le partiture musicali e quelle di movimento per entrare ancora meglio nella concezione di dialogo tra la musica di Bach e la danza. Questo Solo di due ore è una delle performances più interessanti della coreografa e si inserisce nel panorama degli studi in campo perfomativo come un bagaglio di strumenti organizzativi che devono ancora essere riconosciuti, studiati, approfonditi. Quest’ultimo lavoro di Anne Teresa de Keersmaeker è una lezione cardinale per chiunque si interessi delle questioni compositive e, per la sua complessità e per la sua bellezza, continueremo a guardarlo e analizzarlo ancora a lungo.

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